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Salmonella: come si trasmette e come si cura una delle malattie a trasmissione alimentare più note

salmonella

La salmonella è una delle malattie a trasmissione alimentare più conosciute, ma è importante sapere precisamente che cosa fa e come si trasmette.

Molte persone hanno scarse nozioni, che sarebbero basilari, di sicurezza alimentare. Questa scarsa conoscenza dell’argomento fa sì che ancora oggi esistano le malattie a trasmissione alimentare. Se però molte di queste sono poco conosciute, c’è un nome che, almeno per sentito dire, conosciamo tutti. Si tratta della salmonella. 

Tradizionalmente legata al consumo di uova crude, c’è molto da sapere su questo batterio che nella storia è stato responsabile di molte morti. Ancora oggi, sebbene possa essere sconfitto, provoca molti problemi per la salute umana.

Samonella: cos’è e chi la trasmette

Per prima cosa, è importante dire che di Salmonella non ne esiste una sola tipologia, ma ne esistono tante. Sono infatti state individuate più di 2.000 varianti. Si possono trovare in tantissime specie animali che vanno dai mammiferi, agli uccelli, passando dai rettili. Alcune salmonelle sono pericolose per una sola specie, mentre altre sono pericolose per più specie, uomo compreso.

Alcune salmonelle, come la Salmonella typhi e la Salmonella paratyphi, sono specifiche dell’uomo e possono essere prese solamente dall’uomo. La trasmissione è orfecale, quindi bisognerebbe prenderle dalle feci di qualcuno che ne soffre. Questa cosa in passato era frequente, quando l’igiene era scarsa.

Infatti esistevano le epidemie di tifo, che oggi almeno nei paesi civilizzati sono praticamente scomparse. Qui da noi è impossibile prendere una salmonella umana, perché abbiamo abitudini che ci consentono di evitarla. Al contrario, il tifo esiste ancora nei paesi sottosviluppati.

Per questo, le uniche salmonelle che prendiamo e che, anzi, rappresentano le malattie alimentari più diffuse, sono le salmonelle animali. La Salmonella enteritidis e la Salmonella typhimurium (da tifo-topi) sono trasmesse dagli animali. La seconda è trasmessa dai topi, che contaminano le derrate alimentari. Se in un magazzino, anche un granaio, entra un topo a rubare il grano e il topo è malato di salmonella, lasciando delle feci in quel grano che poi diventerà farina, abbiamo la possibilità di prendere la salmonella.

Questa era una tipica causa di grandi epidemie nel passato, rese possibili dai trasporti navali. Per fortuna, le leggi sulla disinfestazione rendono poco probabile questa modalità di trasmissione oggi.

Salmonella e animali domestici

Per questo motivo, gli unici animali rimanenti da cui possiamo prendere la salmonella sono gli animali domesticiquelli che ci forniscono prodotti di origine animale. E dai vegetali non lavati, ovviamente.

Perché non è mai da escludere che un animale malato di salmonella (o anche non malato, magari perché ne aveva poca) possa averci defecato sopra, e mangiando quel vegetale prendiamo appunto la salmonella.

Cosa fa la salmonella e come curarla

La salmonella causa una situazione di irritazione intestinale, che provoca dolore intenso. L’intestino è quindi il primo organo ad essere colpito da questo batterio, e risponde fisiologicamente con il meccanismo della diarreaLa comparsa dei sintomi è davvero molto veloce. Non passano mai più di 12 ore da quando la salmonella, o comunque l’alimento infetto, viene ingerito a quando si presentano i sintomi.

Nelle situazioni normali, in cui il dolore si limita all’intestino, solitamente non si fa nulla. Usare gli antibiotici significherebbe incentivare la resistenza e creare situazioni peggiori qualora si verificasse nuovamente un episodio del genere. Se i batteri riescono invece a superare la barriera intestinale potrebbero diffondersi nel sangue, e attaccare alcune strutture molto più delicate come le meningi, causando di fatto una meningite. In questi casi, molto più gravi, si richiede l’ospedalizzazione del paziente e la cura con medicinali mirati a distruggere la salmonella.

La salmonella è mortale?

Possiamo dire che ormai si tratta di una malattia che, comunque, non è più mortale. Ma bisogna fare particolarmente attenzione specie in soggetti a rischio come i bambini e gli anziani.

salmonella uova

Tra gli alimenti maggiormente a rischio salmonella, le uova

Gli alimenti a cui fare attenzione

Tra gli alimenti a cui fare attenzione ci sono le uova, il latte e la carne cruda, visto che esistono specie di salmonella che possono colpire qualsiasi animale. Diciamo che, a livello di allevamento, la salmonella viene tenuta sotto controllo veterinario perché danneggia anche gli animali, oltre che l’uomo, motivo per cui è importante limitarla. Tuttavia, nei prodotti di origine animale potrebbero essere presenti delle dosi che non hanno causato malattia all’animale (quindi nessuno se n’è accorto), ma che comunque ci sono, e potrebbero causare malattia nell’uomo.

La carne, poi, tra i prodotti è quella meno a rischio, a meno ovviamente che sia stata contaminata in fase di macellazione (cosa che comunque viene evitata da un veterinario ASL sempre presente durante la macellazione), cosa che può verificarsi nelle macellazioni domestiche per uso privato.

E poi ci sono il latte e le uova, e le preparazioni fatte con questi prodotti a crudo (maionese, tiramisù). Da questo punto di vista, meglio comprare cose già pronte e comunque è sempre meglio utilizzare latte e uova di allevamento non biologico.

Salmonella e biologico: facciamo chiarezza

Leggo spesso che le persone consigliano di mangiare alimenti biologici per evitare il problema salmonella. Posso assicurare che non è così, e vi spiego il motivo. Tutti gli allevamenti sono controllati, a campione, per Salmonella, indipendentemente dalla tipologia. Se una salmonella entrasse in un allevamento intensivo e iniziasse ad infettare, ad esempio, le galline, ce ne accorgeremmo perché starebbero male tutte insieme. Lo stesso non vale nell’allevamento biologico. Di norma è all’aperto, ha una densità minore e può succedere che la gallina malata non trasmetta alle altre la salmonella. Ma può capitare che la passi nelle proprie uova che possono non essere controllate.

Per cui se uova e latte sono cotti il problema si evita, ma se devono essere consumati crudi per qualsiasi motivo, nonostante i benefici del biologico, è sempre meglio usare quelle di allevamento intensivo in questo caso. Anche se va contro alla propria filosofia, è un bene per la nostra salute.

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I regolamenti relativi ad animali e condominio: tutto quello che c’è da sapere

animali e condominio

Animali e condominio rappresentano un binomio non sempre facile da gestire. Chiunque abbia un animale in appartamento sa che la coesistenza con vicini e condomini poco tolleranti può dar vita ad attriti e dissapori. Vediamo cosa dicono le nuove regole e i regolamenti condominiali in proposito.

Forse non tutti lo sanno, ma nel 2013 la legge che riguarda animali e condominio è stata aggiornata con importanti novità che disciplinano quella che spesso rappresenta una ‘spinosa’ questione. Il principio ispiratore della nuova normativa si può riassumere così: vietato vietare. La legge di riferimento è la 220/2012 del Codice Civile che il 18 giugno 2013 è stata integrata con l’articolo 16 che che disciplina proprio la permanenza degli animali in appartamento.

La disposizione della legge parla chiaro: Le norme del regolamento condominiale non possono vietare di possedere o detenere animali da compagnia”.

Il motivo per il quale si è dovuto ricorrere ad un aggiornamento della legge è molto semplice. Secondo le ultime stime, il numero di animali da compagnia detenuti in appartamento nel nostro Paese è in continuo aumento.

Ad oggi, infatti, gli animali domestici presenti in condominio sarebbero 60,5 milioni (fonte Assalco-Zoomark). I cani rappresentano il 55,6% di questo dato, seguiti dai gatti (49,7%), pesci, roditori, uccelli e rettili. Con l’aumento del numero di animali nei condomini sono aumentate anche le controversie e sempre più spesso le dispute tra condomini insofferenti arrivano davanti al Giudice di Pace.

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Animali e condominio: le regole

La nuova Legge sulla permanenza di cani, gatti e altri animali da compagnia all’interno dei condomini sancisce definitivamente il diritto a possederne ma fissa anche alcune regole. Diritti e doveri di chi decide di convivere con un animale sono ben definiti e di fatto lasciano cadere tutte le limitazioni finora vigenti. Ma entriamo nel dettaglio e vediamo cosa dice esattamente la legge.

Innanzitutto vengono esplicitate le tipologie di animali che è possibile portare in appartamento, allargando la definizione di ‘animale domestico’ a conigli e galline.

Al contrario di quanto si pensa, la nuova legge autorizza di fatto l’utilizzo delle parti condominiali comuni, pur prevedendo alcune limitazioni. In via generale, chi col comportamento del proprio animale danneggi o distrugga beni altrui può essere costretto all’allontanamento. E’ quindi fondamentale educare l’animale ad una condotta rispettosa degli spazi comuni e osservare le regole di civile e rispettosa convivenza nei confronti degli altri condomini.

Tuttavia, anche coloro che non gradiscono la presenza di animali in condominio dovranno attenersi ad alcune regole comportamentali. Non solo non si potrà vietare al vicino di possedere un animale, ma non si potranno neanche attuare iniziative repressive nei confronti delle colonie feline. La legge del 1991 prevede, infatti, che le colonie feline hanno diritto alla territorialità e qualsiasi forma di allontanamento attuata nei loro confronti è considerare maltrattamento. Tale principio decade, ovviamente, nel caso in cui si debba intervenire per comprovate motivazioni di carattere igienico-sanitario.

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Animali e condominio: le limitazioni

Il dibattito sulla possibilità di vietare l’ingresso di animali da compagnia nei condomini attraverso appositi regolamenti condominiali è molto antico. La legge, da una parte, è intervenuta con il chiaro intento di regolamentare questo diritto e porre fine alle controversie. Dall’altra, però non può cancellare gli accordi già presi.

In buona sostanza, è importante sapere è che la legge ha efficacia a partire dalla sua entrata in vigore e non può essere in alcun modo applicata ai regolamenti condominiali approvati in precedenza. Ecco perché se il regolamento condominiale vietava la permanenza di animali da compagnia già prima del 18/06/2013, tale divieto non potrà essere annullato in nessun caso.

maialino nano animali e condominio

IGià, ma quali sono gli animali da compagnia?

C’è poi da sottolineare che il diritto di tenere un animale nella propria abitazione non deve considerarsi illimitato. E’ necessario, infatti, esercitarlo nel rispetto di alcune regole di convivenza condominiale fondamentali.

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Le regole di convivenza fondamentali

Com’è facile immaginare, le limitazioni riguardano sopratutto l’uso delle parti comuni. In particolare:

  • L’animale non può essere lasciato libero nelle parti comuni del condominio, emanare cattivi odori o emettere in continuazione rumori molesti.
  • Il regolamento condominiale può limitare il diritto a detenere animali in casa per ragioni igienico-sanitarie. A esempio, può limitare il numero di animali che possono avere accesso ad ogni abitazione.
  •  Gli accordi condominiali possono limitare l’accesso degli animali in zone comuni ben definite, purché ciò non violi, di fatto, il diritto sancito dalla legge.
  • Ovunque l’animale, in particolare i cani, possono incontrare altre persone, è necessario l’uso del guinzaglio e, all’occorrenza, della museruola.
  • Può essere fatto divieto di detenere un animale da compagnia in appartamento qualora l’animale questione produca rumori molesti di notte e di giorno. In questi casi, si tiene conto del principio di ‘normale tollerabilità’ richiesto dalla pacifica convivenza condominiale.
  • Nel contratto d’affitto (natura privata), il locatario può inserire una clausola di divieto alla detenzione di animale da compagnia nel proprio appartamento, che una volta sottoscritto il contratto diventa vincolante.
animali e condominio

Quali sono le regole di condominio per il nostro amico a quattro zampe?

Animali e condominio: come difendere il diritto

Come sempre, però, attenzione agli abusi e ai condomini prepotenti. Se da una parte l’uso delle parti comuni può essere limitato dal regolamento condominiale, dall’altra l’utilizzo di alcune aeree non può essere vietato. L’esempio classico è l’utilizzo dell’ascensore. A condizione che l’animale non sporchi o emetta odori particolari, l’ascensore è e rimane proprietà di tutti i condomini.

Se un regolamento condominiale tenta di vietare la detenzione di animali adducendo come motivazione la tutela della quiete collettiva è necessario che se ne accerti effettivamente la fondatezza. In altre parole, i condomini che si oppongono alla presenza di un animale dovranno documentare – tramite ASL o periti privati – la gravità del problema e dimostrare il pregiudizio.

Sul tema animali e condominio, quindi, sappiate che non possono essere deliberate disposizione tali da limitare o annullare tale diritto. Se necessario, si può fare ricorso al Giudice di Pace entro 30 giorni dall’approvazione delle delibera condominiale. Se non eravate presenti durante l’assemblea, i 30 giorni decorrono dal giorno in cui viene recapitata la copia del verbale.

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Piccolo elenco delle piante erbacee e loro classificazione

piante erbacee

Per piante erbacee si intendono genericamente le specie vegetali dalla consistenza per lo più erbacea, prive cioè di parti lignee.

Nei giardini, negli orti, ma anche ai margini delle strade e nei campi: la varietà di piante erbacee esistenti in natura è davvero infinita, tanto che è molto difficile racchiuderle in un elenco. Tra le tante, se ne distinguono molte annuali, perenni, ma anche piante biennalicon o senza infiorescenze.

Alcune sono apprezzate in cucina (erbe aromatiche), altre hanno incredibili virtù preziose per la salute (erbe medicinali o officinali), altre ancora sono sfruttate per le loro scenografiche fioriture (erbe e piante ornamentali).

Ma entriamo nel regno incantato delle piante erbacee e impariamo a conoscerle (e riconoscerle) meglio.

piante erbacee

Perenni, selvatiche, boschive, aromatiche: l’elenco delle piante erbacee è davvero infinito.

Piante erbacee: definizione

Le piante erbacee si definiscono tali poiché hanno in comune l’appellativo generico “erba“, nome volgare che le identifica accompagnato quasi sempre da un altro termine che meglio specifica le caratteristiche. Sono piante generalmente basse, con fusto ed estremità verdi e non legnose.

Elenco e nomi

Come detto, l’elenco delle piante erbacee è davvero infinito. Le categorie tassonomiche entro cui si suddividono queste piante, rendono il compito meno gravoso e forniscono un primo indizio sulle loro caratteristiche principali. Le più importanti sono: cereali, leguminose, industriali, foraggere, orticole, officinali o da fiore.

Piante erbacee industriali

Molte delle specie di piante erbacee più conosciute sono anche dette “industriali” in quanto la loro coltivazione (intensiva o estensiva) serve e a produrre materie prime destinate alla trasformazione industriale. Alcune delle colture industriali di piante erbacee più note e importanti, includono:

Piante erbacee officinali

Ralph Waldo Emerson, filosofo e scrittore statunitense, amava dire: “Un’erbaccia è soltanto una pianta di cui non sono state ancora scoperte le virtù”.

Menzione speciale, quindi, per le cosiddette piante medicinali, definibili anche come erbe officinali. Sono erbe caratterizzate da fitocomplessi preziosi, in alcuni casi veri “elisir” di benessere.

In virtù dei principi attivi in esse contenuti, sono sfruttate utilizzate come rimedi naturali per la cura di affezioni di varia origine ed entità e per la prevenzione dell’invecchiamento cellulare causato dai radicali liberi. Le sostanze che rendono queste erbacee davvero uniche e speciali per la nostra salute sono:

L’arte erboristica, infine, ha identificato, selezionato e classificato le varie tipologie di piante distinguendo le semplici erbe dalle piante officinali, le spezie e le piante aromatiche e orientando la loro coltivazione e il loro utilizzo a fini prettamente terapeutici, cosmetici e nutritivi.

Ecco un piccolo elenco delle piante officiali più importanti con il rimando alle nostre guide di dettaglio:

Piante erbacee commestibili

Con le dovute precauzioni e attenzioni del caso, molte delle piante erbacee che vi capiterà di incrociare durante le vostre passeggiate sono commestibili e possono, perciò, diventare un ingrediente succulento delle vostre pietanze.

Alcune le conoscerete senz’altro, altre un po’ meno, ma in questa carrellata vi proponiamo 3 varietà selvatiche facilmente riconoscibili ed edibili. Per una carrellata completa, date un’occhiata alla nostra guida dedicata alle erbe selvatiche commestibili.

Attenzione però a raccogliere ciò che non conoscete perchè in natura esistono molti equivalenti velenosi e tossici che somigliano alle varietà buone ma non lo sono per niente. Nel dubbio, quindi, meglio non rischiare.

piante erbacee

Tarassaco (o Dente di leone)

Le foglie giovani di questo ingrediente della cucina naturale possono essere consumate in insalata. Quelle più vicine alla base della pianta si possono usare cotte per minestre, minestroni e zuppe. In alcune regioni italiane, i fiori di tarassaco vengono messi sottaceto e consumati come i capperi.

Acetosa

Oltre al consumo a crudo, è ottima saltata in padella insieme a verdure verdi come spinaci o erbette. Le foglie di acetosa sono un buon complemento per i minestroni di verdura, frittate oppure come contorno per carni e pesce. Si possono cucinare anche i giovani steli, oppure possono essere mangiati crudi nelle misticanze dove aggiungono quel tocco agrumato al posto dell’aceto o del limone.

Malva

Di questa pianta si possono utilizzare i fiori freschi e i germogli per arricchire le insalate primaverili. I fiorellini sono molto ornamentali, quindi potete utilizzarli anche per decorare risotti e primi piatti.

Rovistando sempre tra le ricette con i fiori, scopriamo che quelli della Malva che possono essere messi sotto sale o sottaceto, mentre alcuni amano mangiare le foglie come se fossero una comune verdura. Potete utilizzarli come ingredienti di zuppe, risotti e minestre

Piante erbacee perenni

Le piante perenni sono dette anche poliennali. Grazie alle gemme basali, sono in grado di vivere per diversi anni nello stesso terreno.

La maggior parte delle erbacee sono perenni, ma ci sono ci anche varietà annuali e biennali che vivono rispettivamente uno e due anni solari. Esistono anche decine e decine di verdure perenni annoverate come erbe che possono essere facilmente coltivate nell’orto e in balcone.

Eccone alcune:

Piante erbacee spontanee

Molte piante erbacee spontanee appartengono all’ordine delle Composite e sono conosciute anche come Asteracee. Le rappresentanti più conosciute di questa famiglia sono l’Achillea, l’Arnica, l’Assenzio, ma anche la Borragine, la Piantaggine e la Bardana.

Si tratta di specie endemiche, cioè che crescono crescono spontaneamente da nord a sud della nostra penisola.

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Scopriamo la spelta, un cereale antico chiamato anche gran farro, antenato del grano tenero

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Di origini antichissime, la spelta è un cereale poco noto in Italia ma molto interessante sotto il profilo nutrizionale. Strettamente imparentato al farro, è ricco di proprietà benefiche, altamente digeribile e dotato di un sapore caratteristico.

Questo cereale molto antico è conosciuto anche come granfarro. Rappresenta una sorta di antenato del grano tenero e si trova in commercio soprattutto con il nome di farro spelta.

Il suo sapore è delicato e ricorda vagamente quello delle nocciole. Poco diffuso in Italia, questa antica varietà di farro è molto apprezzata da austriaci e tedeschi. Si può utilizzare in modo molto versatile in cucina anche per la preparazione di impasti sia dolci che salati. Ricco di proprietà benefiche, è adatto a diabetici, ai bambini, ma non può essere consumato dai celiaci a causa della presenza del glutine.

Spelta, un cereale antichissimo

Questa particolare varietà di frumento (Triticum spelta) ha origini molto antiche, che risalgono a circa 8 mila anni fa ed è considerato l’antenato del grano. Se ne parla già nella Bibbia e gli Antichi Romani lo distribuivano alla plebe nei momenti di carestia, per le sue alto valore nutrizionale e il forte senso di sazietà.

Veniva coltivato in Asia e in Africa e per lungo tempo – fino al secolo scorso – anche in Europa, in particolare in Germania e Francia. È stato però via via abbandonato a favore di varietà a resa più elevata e che necessitassero di minore lavorazione (la pula richiede una battitura accurata e i chicchi una molitura speciale).

Un’altra sua caratteristica è la cuticola esterna (glumella) molto dura e aderente al chicco, che per questo viene chiamato anche ‘cereale vestito’. Essendo indigesta per l’uomo, il chicco deve essere decorticato per renderlo commestibile.

I suoi chicchi sono piccoli, lunghi, e di colore marrone chiaro.

spelta

Spelta e farro: quale differenza

In realtà, si parla genericamente di farro, ma ne esistono tre specie distinte:

  • farro monococco (Triticum monococcum), il più antico cereale del Mondo, da cui arrivano altri tipi di farro, dal basso indice glicemico, ha un glutine più fragile che lo rende più digeribile.
  • farro dicocco (Triticum dicoccum), sottospecie del monococco, ma molto più diffusa, da cui si origina il grano duro (Triticum durum), adatto a produrre pasta.
  • farro spelta (Triticum spelta), derivato da un ibrido spontaneo fra il Triticum dicoccum e un progenitore selvatico e da cui si origina il grano tenero (Triticum aestivum), adatto per prodotti da forno.

Si differenzia dunque dal farro puro perchè nasce come un ibrido naturale del farro dicocco.

Inoltre, mantiene la crusca esterna che, preservando il chicco da agenti esterni, ne favorisce la maggiore freschezza e l’elevato potere nutritivo. Appartiene, infatti, alla famiglia dei cosiddetti “frumenti vestiti”. Questa glumella esterna, dura e fortemente aderente alla cariosside, deve essere tolta perché non è digeribile.

Spelta triticum

In particolare, rappresenta una combinazione tra il Triticum dicoccum, cioè il comune farro, e una varietà selvatica. Viene pertanto considerato un tipo di grano più antico.

Spelta proprietà nutrizionali

Sotto il profilo nutrizionale, rivela delle proprietà interessanti soprattutto per la presenza di uno degli aminoacidi essenziali, la meteonina, assente o carente in quasi tutti gli altri tipi di cereali.

Spelta coltivazione

La coltivazione di questo antico cereale è quasi del tutto scomparsa. Tuttavia, in Italia persistono delle zone colturali in alcune regioni. In particolar modo è possibile trovarlo nelle aree della Lunigiana, tra Liguria e Toscana, e tra Pisa e Lucca.

Per le sue peculiari caratteristiche, non si rivela molto adatto al clima italiano, mentre risulta più facile nelle regioni dell’Europa orientale e centrale.

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Spelta: benefici

Ricca di virtù benefiche, quest’antica varietà di farro è una valida alleata della nostra salute a tavola. Contiene, infatti, una buona concentrazione di sali minerali, tra cui ferro, magnesio e fosforo, e vitamine. Tra queste ben rappresentate sono quelle del gruppo B, in particolare la riboflavina, sostanza considerata essenziale per il nostro metabolismo energetico.

Contiene anche numerosi altri nutrienti utili per il benessere quotidiano.

Spelta: quante fibre

Grazie al suo elevato contenuto di fibre, aiuta la regolarità intestinale e svolge un’importante azione prebiotica a favore dei batteri buoni dell’intestino.

Inoltre, l’alta concentrazione di fibre solubile lo rende un alimento adatto anche per ridurre i livelli di colesterolo nel sangue.

Spelta nella dieta

Grazie al suo ridotto apporto calorico, si rivela un alimento adatto anche per chi sta seguendo un particolare regime dietetico. Inoltre, è consigliato anche per il suo notevole potere saziante.

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Spelta indice glicemico

L’indice glicemico del granfarro integrale corrisponde a 35. Si tratta, quindi, di un valore inferiore a quello di altri cereali, come frumento e riso bianco. Il rilascio degli zuccheri avviene così in modo più graduale evitando picchi glicemici.

Spelta e diabete

Grazie al suo ridotto indice glicemico, può essere consumato, con le dovute accortezze e previo parere medico, anche da chi soffre di diabete.

Spelta contiene glutine

C0me altri tipi di cereali, anche questo antico tipo di farro contiene glutine. Il suo consumo, pertanto, è sconsigliato a chi soffre di celiachia.

Farina di spelta

La farina ottenuta dalla molitura presenta caratteristiche tali da suggerirne l’uso per la preparazione di prodotti da forno, pane particolarmente morbio, dolci e biscotti, ma anche pasta.

Grazie al suo sapore caratteristico di nocciole e alle sue proprietà nutrizionali può essere consumato con facilità anche dai bambini.

Spelta: ricette

Versatile per i suoi numerosi utilizzi in cucina, la farina di gran farro si presta in modo egregio alla realizzazione di impasti sia dolci che salati.

Oltre ad utilizzare la farina con il suo caratteristico sapore, è possibile gustare direttamente i chicchi. In tal caso il cereale deve essere sgranato e messo in ammollo, come per altre varietà di cereali. Può essere consumato in alternativa al riso o come accompagnamento per insaporire zuppe, insalate o minestre. In alcuni Paesi (Canada, Gemania, Belgio) viene usato anche per la produzione della birra.

Può essere acquistato nei negozi biologici, online e nei supermercati in genere come farina, ma si trova in molte forme: chicchi, semola, fiocchi, farina, lievito, caffé.

Cottura della spelta

Per cucinare questo cereale si può seguire l’indicazione generale valida per altre varietà. Pertanto è possibile lessarlo in acqua considerando la proporzione 1 a 2 o 1 a 3. Cioè una parte di spelta e due-tre di acqua.

Lasciando il cereale in ammollo 8 ore, prima della cottura, si possono ridurre notevolmente i tempi. In alternativa è possibile arrivare fino ad un’ora per assicurare la migliore cottura.

Altre informazioni

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Quali sono i frutti tropicali da conoscere: una carica di energia e vitalità dal gusto esotico

frutti tropicali

I frutti tropicali rappresentano l’esotico che arriva in tavola con i suoi colori sgargianti, i profumi e il potere di seduzione tipico dei paesi da cui provengono.

Succosi, aromatici e decisamente stuzzicanti, sia per gli occhi che per il palato, questi frutti hanno anche diverse proprietà benefiche e un notevole valore nutrizionale che li rende ancora più appetibili.

Introdurre il consumo abituale di frutti tropicali nella dieta quotidiana è sicuramente un ottimo modo per tenersi in forma. Meglio ancora, se si sceglie frutta esotica coltivabile anche in Italia che non deve essere necessariamente importata dagli angoli più remoti del Pianeta.

E quale migliore occasione dell’estate per fare un bel carico di vitamine e benessere? Ecco una guida pratica dedicata all’esplorazione del variopinto mondo della frutta esotica.

frutti tropicali

Coloratissimi e curiosi: i frutti esotici hanno un fascino davvero unico!

Frutti tropicali: cosa sono e da dove vengono

Mango, papaya, cocco, frutto della passione, ananas, litchi e tanti altri ancora. L’elenco della frutta tropicale facilmente reperibile anche dalle nostre parti è davvero infinito. Si tratta di alimenti salutari e benefici per l’organismo, oltre che estremamente versatili in cucina. Si possono utilizzare per arricchire, macedonie, preparare frullati, primi piatti esotici e dolci originali.

In generale, si tratta di alimenti ricchissimi di nutrienti essenziali, come sali minerali e vitamine. Perfetti per fare il pieno di benessere sopratutto quando il caldo torrido o i malanni stagionali mettono a dura prova le difese immunitarie dell’organismo.

Per conoscere l’universo che compone la grande varietà dei frutti esotici e delle piante tropicali da cui essi derivano, è opportuno tracciare una prima distinzione in base al sapore della frutta. In linea di massima, la frutta esotica dolce o acidula ha proprietà e caratteristiche organolettiche simili alla frutta nostrana, mentre quella “grassa” è più assimilabile alla frutta secca o ai semi oleosi.

In quest’ultimo caso, infatti, l’apporto calorico è notevole e la presenza di grassi di tipo insaturo in grandi concentrazioni li rende difficilmente assimilabili alla frutta genericamente intesa. Pensiamo all’avocado, ad esempio, così ricco di acidi grassi buoni, vitamine e beta-carotene: 100 grammi di questo alimento apportano ben 160 calorie!

I principali paesi produttori dove questa frutta è considerata “autoctona” sono concentrati nel Tropico del cancro (da cui il nome “tropicale”). I maggiori produttori sono Stati del Continente Africano e in America Latina, ma anche India, Indonesia e nei Paesi in Via di Sviluppo. Vista la grande richiesta di frutta esotica sul mercato occidentale, di recente l‘Onu ha messo in atto una serie di iniziative volte ad incentivare l’adozione di tecniche di agricoltura biologica della frutta esotica nel Sud del Mondo per incrementare la qualità dei cibi e tutelare la sicurezza alimentare.

Proprietà dei frutti tropicali

A seconda del frutto e delle caratteristiche organolettiche che lo distinguono, il consumo di frutta esotica promuove importanti azioni benefiche nell’organismo. Si tratta di alimenti generalmente ricchi di fibre, sali minerali, vitamine e acidi grassi, concentrati in quantità significative.

Tutti sappiamo, ad esempio, che le banane sono una preziosa fonte di potassio, mentre l’ananas è un concentrato naturale di vitamina C ed A dalle innumerevoli proprietà benefiche. I frutti tropicali aciduli o dolci presentano notevoli quantità di:

  • Acqua
  • Carboidrati solubili
  • Fibre
  • Vitamine idrosolubili e liposolubili (in particolare la vitamina C o acido ascorbico C, Vitamina A e carotenoidi;
  • Sali Minerali, in particolare potassio e magnesio
  • Fenoli e tannini
  • Fitosteroli

Quelli grassi, invece, aggiungono un alto contenuto lipidico e proteico, da cui deriva il maggior apporto calorico a parità di porzione consumata. Al loro interno, inoltre, sono presenti nutrienti generalmente poco presenti nella frutta “tradizionale”, come calcio, selenio, tocoferolo Vitamina E.

Frutti tropicali: elenco e nomi

Tra i frutti tropicali più consumati nel nostro Paese e nell’emisfero occidentale del Mondo, ce ne sono alcuni che occupano da tempo un posto d’onore nella nostra cultura alimentare. Altri invece sono più costosi e particolari, considerati”di nicchia,  e altri ancora poco conosciuti e a dir poco curiosi. Ecco una carrellata coloratissima di questi frutti.

Frutti tropicali di largo consumo

frutti tropicali

Tante proprietà e benefici suggeriscono un consumo regolare di questi frutti

Frutti tropicali “di nicchia”

Frutti tropicali “ricercati”

Frutti tropicali coltivabili in Italia

L’Italia ha aperto ormai le porte non solo all’importazione della frutta esotica, ma anche alla coltivazione di molte varietà che possono adattarsi e prosperate in tante regioni della Penisola. La Sicilia, in particolare, ma anche diverse aree del Sud Italia, è la regione che sta sperimentando con sempre maggiore convinzione la coltivazione di piante ed alberi tropicali fruttiferi.

Il mercato è florido e i prezzi decisamente più competitivi rispetto ai prodotti analoghi di importazione, con tagli sul prezzo finale che sfiorano il 50%. La frutta tropicale coltivata con più successo in lungo e in largo dello Stivale include diverse varietà di:

Frutti tropicali rossi

Il rappresentante forse più bizzarro della frutta esotica rossa è senza dubbio il Litchi, detto anche “ciliegia della Cina” per via del suo aspetto che ricorda vagamente quello delle comuni ciliegie nostrane.

I frutti delle varietà più comuni hanno una buccia ruvida di colore rosa-rosso e una polpa bianca. La polpa è anche è l’unica parte commestibile del frutto ed è caratterizzata da un sapore delicato e naturalmente dolce.

Il litchi contiene sali minerali, proteine, vitamine del gruppo B e C, acido nicotico, fibre, carboidrati, zuccheri e acqua. Il suo apporto calorico è tutto sommato modesto: 66 calorie ogni 100 grammi.

Frutti tropicali arancioni

Sempre molto vasta, la schiera dei frutti tropicali arancioni. Uno su tutti è l’alchechengi, protagonista dell’autunno e di molte scenografiche composizioni rese speciali dalle sue bacche particolari. I suoi frutti autunnali dal colore arancio vivo che maturano sulla pianta protetti da un involucro di consistenza cartacea al tatto la cui forma ricorda una piccola lanterna.

Per via delle spiccate proprietà e benefici, è una pianta officinale molto usata in erboristeria. Esercita infatti un’azione diuretica, depurativa, lassativa, antireumatica e tonificante.

Frutti tropicali gialli

Oltre la banana, tra la frutta esotica di colore giallo c’è anche la Papayaricchissima di enzimi proteolitici, tra cui spicca la papaina, che favorisce oi processi digestivi. La papaya ha anche elevate quantità di vitamina C, caroteni e provitamina A, nutrienti indispensabili per mantenere in salute il tratto urinario, i polmoni, l’apparato digerente e il derma.

La pianta è originaria delle zone tropicali americane, ed è caratterizzata dalle foglie grandi e dai frutti a forma di bacca oblunga. Il colore della buccia può essere  verde – giallastro, mentre la polpa è di colore giallo-arancione, dolce e succosa.

Frutti tropicali rosa

Rosa e particolarissimo come la pitayadetta anche dragon fruit Questo frutto è prodotto da una varietà di cactus (Hilocereus) coltivata soprattutto in Sud America e Vietnam. Si caratterizza per i grandi fiori bianchi che si aprono di notte e durano solo un giorno.

Esistono alcune varianti di colore rosso o giallo, ma la varietà più diffusa è quella rosa a polpa bianca di origine vietnamita. La polpa contiene minuscoli semi neri commestibili e ha un gusto dolce, delicato e rinfrescante. Tra i frutti tropicali, il dragon fruit è sicuramente uno di quelli che si fa più notare…

E voi, che ne dite? Scriveteci nei commenti le vostre osservazioni (e i vostri frutti tropicali preferiti!)

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I più incredibili meccanismi di difesa del mondo animale: alcune tecniche difensive davvero singolari

meccanismi di difesa animale

meccanismi di difesa e le strategie che alcuni animali sono in grado di mettere in atto per fuggire da pericoli e predatori, possono essere davvero ingegnosi.

Alcune specie hanno affinato delle tecniche davvero incredibili che sfruttano particolari capacità o caratteristiche dell’animale.

C’è chi allontana i predatori emanando sgradevolissimi odori; chi usa il mimetismo per confondere l’avversario; chi, invece, punta tutto sulle “armi” che Madre Natura gli ha dato e si difende a suon di cornate. Alcuni animali, come l’opossum, per scampare ai pericoli arrivano a fingersi morti.

E poi ci sono le formiche malesi che usano il loro veleno e lo spirito di gruppo per fare “squadra” contro il nemico. Le chiamano anche “formiche kamikaze” perché sono disposte a farsi esplodere pur di difendere la colonia. Ecco alcuni dei meccanismi di difesa più incredibili messi in atto dagli animali che forse non conoscete ancora…

Come si difendono gli animali

Il Regno Animale è caratterizzato da una continua lotta per la sopravvivenza. Gli animali sanno istintivamente cosa fare per sopravvivere, riprodursi e garantire alla loro prole cibo a sufficienza. Allo stesso modo, sanno costruire tane e nidi in cui rifugiarsi  e sviluppano un grande fiuto nei confronti dei nemici e in generale di tutto ciò che può rappresentare un pericolo.

Per questo motivo, ogni specie animale ha sviluppato una particolare capacità difensiva, una sorta di tattica più o meno raffinata e specifica che viene adoperata in presenza di un predatore o quando la situazione lo richiede. In questo modo, il delicato equilibrio dell’ecosistema può dirsi salvo giorno dopo giorno.

E non c’è cattiveria o preterintenzionalità nell’essere prede e predatori e nel mettere in atto dei meccanismi di difesa per cercare di “salvare la pelle”. L’unico animale che aggredisce i suoi simili per meschinità, cattiveria o futili motivi, manco a dirlo, è l’uomo.

meccanismi difesa animali

Di meccanismi di difesa che un animale può adoperare per fuggire ai pericoli c’è solo l’imbarazzo della scelta. Chi come la gazzella, il coniglio e la lepre può contare su agilità e velocità sfrutta queste doti per seminare i nemici e per far perdere le sue tracce improvvisa una corsa a “zig-zag”.

Il pangolino, l’armadillo e le testuggini come le tartarughe usano la loro impenetrabile corazza per rendersi immuni da qualsiasi attacco esterno. L’istrice brandisce, invece, i suoi lunghi e affilati aculei contro il nemico, esattamente come il riccio. Non sempre, però, queste strategie funzionano. La legge della Natura, del resto, è inesorabile e spietata, ma alcune di queste tecniche difensive meritano sicuramente una menzione speciale.

Anguilla

L’anguilla è dotata di una capacità più unica che rara: è in grado di emettere piccole scariche elettriche, di intensità variabile a seconda della situazione. Quando si sente relativamente tranquilla e non ha nemici intorno, le scariche sono intermittenti e deboli. E’ un modo di comunicare ai potenziali nemici di rimanere alla larga. Se il predatore non accetta il consiglio, le scariche elettriche diventano violente e possono addirittura uccidere il malcapitato.

  • Opossum

Come accennato, l’opossum è un attore nato. La sua tecnica difensiva è un capolavoro di drammaturgia pura perché per salvarsi la vita arriva a fingersi morto. Bene inteso che se la situazione lo richiede può difendersi anche con le unghie e con i denti, o al più con la fuga, ma se capisce di non aver più speranze si getta a terra e mette in mostra tutta la sua grande abilità dissimulativa.

Struzzo

Molti pensano che di fronte al pericolo lo struzzo nasconda la testa sotto terra nel vano tentativo di nascondersi piuttosto che affrontare il pericolo a viso aperto. In realtà, quando ha paura questo bizzarro pennuto appoggia il capo al suolo fingendo di essere un cespuglio o una roccia per confondere i suoi nemici. E se il trucchetto non riesce, fa scattare le sue zampe e corre via veloce come il vento.

Del resto, raggiunge facilmente velocità di 50-70 km orari e riesce a mantenerle anche per 20 minuti di fila. Ma se tutto ciò non fosse ancora sufficiente, con le sue lunghe e muscolosissime cosce può sferrare calci  frontali capaci di mettere chiunque “KO”.

Seppia

Un tuffo in acqua per osservare da vicino alcuni dei più incredibili meccanismi difensivi delle creature marine. Una delle protagoniste di questo regno sommerso è sicuramente la seppia che assieme al polpo è in grado di spruzzare inchiostro nero come la pece per “accecare” i suoi nemici. E dopo aver rilasciato il suo fiotto scurissimo, scappa via in men che non si dica.

Studi scientifici hanno dimostrato che la seppia utilizza l’inchiostro per “disegnare” in acqua una sagoma molto simile al suo corpo per confondere ancora di più l’inseguitore. All’occorrenza, il nero della seppia che tanto apprezziamo in cucina diventa un’arma di difesa eccellente anche per proteggere le uova. Non male per una creatura così piccola e apparentemente indifesa!

Meccanismi di difesa: animali che si difendono con … la puzza!

In natura, c’è anche chi usa odori o sapori sgradevoli per inorridire l’avversario. Un po’ come il mimetismo, insomma, la puzza è uno di quei meccanismi di difesa che alcuni animali utilizzano in caso di pericolo.

Prendiamo, ad esempio, la puzzola o moffetta: se si sente in pericolo o viene attaccata da un altro animale, secerne un liquido nauseabondo e tremendamente irritante che viene spruzzato direttamente negli occhi del predatore. Come se non bastasse, questo liquido ha un odore terribile.

Anche i rospi si difende in un modo simile. Avete presente tutte quelle piccole protuberanze che si ergono dal suo corpo rugoso? Servono a secernere un liquido velenoso, pessimo nel sapore e ancora più nell’odore.

Un altro animaletto che sfrutta il cattivo odore per difesa è il millepiedi. Forse non riuscirete mai a sentirlo, ma il puzzo che questo invertebrato riesce ad emettere quando si arrotola su se stesso per proteggersi dagli attacchi è davvero pestilenziale. Una particolare specie di millepiedi, inoltre, oltre alla puzza rilascia anche dell’acido cianidrico in una quantità sufficiente ad uccidere un grosso topo.

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Meccanismi di difesa: animali che si mimetizzano

Quando si parla di mimetismo, il primo nome che viene in mente è quello del camaleonte. Questo animale, infatti, è il re del travestimento e si difende cambiando colore rapidamente a seconda dell’oggetto o dello “sfondo” in cui si trova. Perfino degli animali astuti e temibili come i serpenti, che guarda caso sono anche ghiotti di camaleonti, a volte non riescono a distinguerli.

Il mimetismo, in realtà, è una strategia difensiva propria di molte altre specie animali e può riguardare non solo la capacità di mutare colore, ma anche di simulare perfettamente forme e comportamenti. Ecco 3 esempi straordinari.

Insetto stecco

Questo buffo insetto vive su arbusti e alberi. Durante il giorno si nasconde tra la vegetazione mentre come molti altri animali notturni, al calare delle tenebre esce allo scoperto per procacciarsi il cibo e accoppiarsi.

Se si sente minacciato, non solo è in grado di assumere le sembianze del ramo o della foglia in cui è appoggiato (sia colore che forma), ma può rimanere perfettamente immobile nella stessa posizione anche per ore, senza mai tradirsi. Se tira vento nessun problema: la sua tecnica sopraffina gli consente di spostarsi così lentamente e armoniosamente con il resto della vegetazione da sembrare lui stesso un rametto scosso dalla brezza.

Farfalla “foglia secca”

Purtroppo non si può incontrare dalle nostre parti perché vive prevalentemente in Cina e Taiwan, ma questa farfalla, stretta parente della falena, è l’esempio perfetto di mimetismo tridimensionale. Il suo nome scientifico è Uropyia meticulodina , appartiene alla famiglia delle Notodontidae e le sue ali assomigliano incredibilmente a delle foglie secche di colore marroncino o giallognolo. Grazie a questo espediente, riesce a camuffarsi talmente bene da sfuggire ai predatori che le danno la caccia. Un raro caso di mimetismo estremo!

meccanismi di difesa animali

L’incredibile capacità di mimetismo della Farfalla “foglia secca”

Gufo

Si tratta di un grande protagonista della notte, un predatore temutissimo da molti animali e piccoli mammiferi che come tanti altri animali notturni vive prevalentemente quando gli altri dormono. Eppure anche questo rapace ha dovuto imparare a difendersi dai nemici sfruttando il mimetismo. Il suo meraviglioso piumaggio riesce ad adattarsi all’ambiente acquisendo le fattezze delle cortecce degli alberi su cui si appoggia.

Meccanismi di difesa: animali che si difendono con le corna

Alcuni animali usano corna e corni per difendersi. Un classico esempio è il toro, ma c’è anche il cervo, il camoscio, il rinoceronte e persino la ben più comune capra utilizza le sue protuberanze per combattere i nemici.

Le corna degli animali possono essere di osso pieno o di cheratina. Possono essere rivestite in cuoio, dritte, piegate, a spirale, rifinite sulla punta, mozze, con o senza ramificazioni. Le giraffe hanno corna più simili a piccole protuberanze e nelle femmine esse sono rivestite di pelo.

Nell’incredibile varietà di corna che Madre Natura ha creato per gli animali ce n’è di ogni tipo e fattezza. Oltre ad essere utilizzate come vere e proprie armi nei meccanismi di difesa, le corna rappresentano anche lo strumento con molti animali si contendono il territorio, il cibo o le femmine nella stagione degli amori.

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